Un viaggio nel cuore rosso dell’Australia

dic 9, 2010 by

Oggi voglio farvi un regalo, un emozionante racconto di viaggio in un Paese lontano e selvaggio: l’Australia.
Questo racconto però non l’ho scritto io ma un papà…un papà che avrebbe voluto viaggiare tanto e molto di più di quanto ha fatto, un papà che in testa non ha un cervello, ma un atlante geografico, un papà che, nonostante l’età, resta sempre un gran sognatore…un po’ come i bambini!!
Buon viaggio a tutti voi che lo leggerete con me!

“Non appena il grande aereo della Cathay Pacific (un enorme uccello con un’ apertura di ali spaventosa), parte puntualmente da Fiumicino (sono le 12,25), diretto allo scalo di Hong Kong (prima tappa della lunga galoppata per Sydney), mi appresto ad annotare le impressioni di un viaggio che porterà una comitiva di 40 e più persone nel nuovissimo mondo, in un’ Australia in parte ancora misteriosa (terra australis incognita), un continente ipotetico illustrato su mappe risalenti al XV- XVIII secolo. Oggi gli aussie (così chiamano gli australiani), sono diventati una nazione multiculturale, una straordinaria mescolanza di popoli ed etnie, non solo aborigeni ed europei, ma asiatici, americani e africani.

Per tutto il tragitto rimango accostato all’oblò per contemplare il panorama sottostante; contemporaneamente nel monitor di fronte leggo gli indicatori. Più che seguire uno dei tanti film in programma, preferisco cogliere tutti i dettagli di questa lunga rotta; in particolare il passaggio dalla luce alla notte, man mano che ci dirigiamo verso oriente. Non ho mai fatto una trasvolata così lunga, non sono mai andato in un paese, la cui distanza dall’Italia comportasse il salto di diversi fusi orari, per cui c’è molta curiosità. Sapere, poi, che sorvoliamo tante nazioni e luoghi con una storia che si combina con la notte dei tempi (Europa Orientale, Mar Nero, ex- Unione Sovietica, Mar Caspio ed ancora Iran, Afghanistan. Tibet, India, Cina), l’interesse si moltiplica. Transitare su Nuova Delhi (lo indica il monitor), costituisce uno spettacolo unico: un ammasso di luci sfolgorante.

Alle 6,40 di mattina scendiamo ad Hong Kong. La seconda tappa per Sidney si prospetta diversa. Da un tropico all’altro, dal Cancro al Capricorno, dall’ emisfero boreale a quello australe, costituisce sicuramente un’ esperienza unica.. L’aereo sembra planare. Il silenzio è totale (alle 12,24 siamo sull’Equatore). I passeggeri sono in trance o dormono. Scruto le isole che si susseguono l’una dopo l’altra, irregolari, allungate: le Filippine, le Molucche e così via.  Alle 14,12, ora di HK, avvistiamo il territorio australiano: una forma di vita si nota solo in prossimità dell’ arrivo che avviene al calare delle prime luci della notte, le 20,37.

A Sydney rimaniamo un solo giorno perché la nostra meta è tutt’altra. La città, centro più antico dell’intera nazione, unisce il vecchio (sempre relativo) e il nuovo, rappresentato, quest’ultimo, dall’Opera House costruita sull’Oceano con una forma unica nel suo genere, le vele delle navi. La sera ceniamo su una piattaforma girevole di un ristorante caratteristico al 47° piano di un grattacielo.

Il giorno dopo ci attende la “magia” dell’entroterra australiano, l’arido Red Center, così chiamato per il terreno ricco di fero e rossastro (ne ho raccolto un barattolo). Andiamo alla ricerca del genius loci dell’Australia, della vera essenza del paese.

Partiamo con un volo della Qantas per Alice Springs, cuore dello Stato del Northen Terrritory. Una regione, poco popolata, che incarna perfettamente lo spirito di questa terra legata alla presenza delle popolazioni aborigene. Dopo tre ore in cui sotto di noi si staglia ancora un’Australia disabitata, giungiamo a destinazione e, in un aeroporto di frontiera, le prime ad accoglierci sono le mosche (in albergo ci consegnano una retina).

La cittadina di Alice, the Alice per i whitefella (i bianchi), Mparntwe per gli aborigeni, un secolo fa, era la stazione telegrafica nel profondo dell’interno sconfinato. Oggi ha circa quarantamila abitanti sparsi in un vasto territorio ed è un importante punto di partenza per escursioni ambientali. In questi ultimi anni è stata resa famosa dallo scrittore inglese Bruce Chatwin e, in onore di questo inimitabile viaggiatore, scomparso giovane nel 1989, che ammiro molto e che cito spesso in alcune mie conversazioni, il suo libro Le vie dei canti, nel quale celebra il mito degli aborigeni, mi ha accompagnato per tutto il periplo australiano.

Dopo aver consumato il pranzo (antipasto, secondo e dessert, in tutti i locali che ci hanno ospitato),  visitiamo la città (Chatwin la descrive come un reticolato di strade roventi dove uomini dai calzettoni bianchi non fanno che salire e scendere dalle Land Cruiser). Purtroppo la giornata non è calda. La guida, molto brava, che parla abbastanza bene l’italiano, ci conduce al Royal Flying Doctor Service, il servizio di pronto intervento in elicottero, e all’Alice Springs School of the Air, una scuola che raggiunge, attraverso l’etere, gli alunni che vivono nelle più lontane fattorie. Tre volte l’anno i bambini fanno vita comune per una settimana.  Nei locali c’è un segno d’italianità: una zebra juventina di cartone. La Vecchia Signora è conosciuta nel centro dell’ Australia. La sera una bella cena in un locale all’ aperto ed ottima musica country.

Svegliatici di buon mattino, ci attende un’impresa eccezionale: con un fuoristrada dobbiamo percorrere 500 chilometri di strada per trasferirci nell’Outback dell’ Australia. Questo termine non è un confine geografico, ma  solo una regione ideale, un luogo “molto lontano”. Si trova oltre il Bush (arbusto) e definisce lo spazio sconfinato in cui si sviluppa la boscaglia. In sostanza la fine della civiltà. In questo territorio si trova Ayers Rock, il simbolo per eccellenza dell’Australia, sicuramente la maggiore attrazione turistica,  un enorme monolito roccioso che si erge ad un’altezza tale da essere visibile a una notevole distanza.

La vettura, dove prendo posto, è guidata da Francesca, molto abile nel condurre il mezzo. Ci fermiamo nei pressi di una gola e sostiamo per un’ora. Ripreso il cammino perveniamo ad uno stazionamento di frontiera per vedere una seconda  gola, ma non possiamo guadare lo stagno per l’ acqua alta e la pioggia. Indossiamo la retina per le mosche, in compenso al buffet c’è varietà di buoni manicaretti.

Imbocchiamo la Lasseter Highway, in parte interrata, per cui il percorso, quasi sempre sotto la pioggia, è difficoltoso. La strada è quasi deserta; di tanto in tanto incrociamo qualche macchina. Piccoli corsi d’acqua passano sopra la carreggiata. Il paesaggio, uniforme, è rimasto identico a come era migliaia di anni addietro. Si racconta che fino a qualche tempo fa, quando si partiva era necessario avvertire la polizia. I cellulari sono muti.

Arriviamo a Kings Canyon Resort per la sosta notturna. In questo locale mangio la carne di canguro, ma non la gusto. Non ci sarà una seconda volta. Viceversa prelibato è il vino, bianco e/o rosso, prodotto in Australia.

Ripartiti, dopo alcune ore la nostra corsa si conclude al complesso alberghiero di Ayers Rock Resort, dove ritroviamo i bagagli lasciati ad Alice. Rifocillati, entriamo nel Parco Nazionale Kata Tjuta. Il grande sasso rosso di Uluru, il luogo mistico degli aborigeni e emblema della loro cultura più antica, è pronto a mostrarsi alla nostra comitiva. Si presenta con peculiarità uniche e con sfumature diverse, capaci di affascinare il visitatore. E’ veramente maestoso. Scattiamo diverse fotografie sotto la pioggia. La mattina dopo, ci rechiamo all’altro massiccio, meno noto ma altrettanto stupefacente: le Olgas, circa 28 cupole rocciose. Secondo una leggenda, esse rappresentano i giganti che si nutrivano degli aborigeni stessi.

Il trasferimento, via aereo, nel Queensland, a Port Douglas, ci riporta ad una nuova dimensione. Lo Stato è una delle regioni più ricche sotto il profilo naturalistico, con le sue spiagge sabbiose, i numerosi parchi e le aree protette dell’interno e la foresta pluviale. Ci attende la visita della barriera corallina ed alcuni giorni di relax, ma ancora una volta il tempo non ci favorisce. Non ci avventuriamo col catamarano, né ci abbronziamo al sole del Tropico. Solo qualche bagno in piscina. Sono state, pertanto, giornate di riposo e di svago a contatto con il verde e con gli animali. Felici e contenti riprendiamo la via di casa, partendo da Cairns. Suggestive le 14 ore, durante la notte, da Hong a Kong a Roma.”

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